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Archivi per la categoria ‘Cucina’

PostHeaderIcon Nel segno della tradizione tassativamente calabrese ancora oggi si produce la pasta tipica regionale.

In Calabria la pasta tipica è un alimento che ha forti radici in una antica tradizione, visto che viene lavorata tassativamente a mano all’interno delle famiglie. Vecchie gesta di mani esperte delle massaie calabresi, che si ripropongono con consuetudine e sistematicità ancora oggi, considerato lo spessore che i primi piatti assumono nella regione; un’importanza fondamentale per un impasto semplice, prodotto solo con le migliori semole di grano duro, acqua pura delle sorgenti montane e sale (meno presente l’uovo), per ottenere una preparazione proprio come impone l’arte della cucina calabrese. Piatti essenzialmente poveri, ma dei quali potevano disporre solo quanti avevano farina bianca in casa, e non sempre peraltro, considerate le condizioni di miseria dei tempi passati.

Un uso che è tornato fortemente negli anni recenti, per riproporre in tavola i sapori di un tempo, cercando di uscire dai “sapori appiattiti” delle produzioni industriali, elevandosi al contrario e sempre più a ruolo di piatti unici ed esclusivi. Una volta, infatti, la pasta usata in particolare sulle tavole calabresi era tutta pasta fatta in casa, preparata con grande maestria dalle donne di famiglia, nel pieno rispetto di tassativi rituali e con una dovizia e cura dei particolari processi, dal dosaggio degli ingredienti alle varie fasi di lavorazione, financo nella cottura.

Secondo la tradizione della regione una ragazza è pronta per prender marito solo quando è capace e conosce a fondo tutti i 15 modi di preparare la pasta fatta in casa; ovvero, gli uomini sceglievano le donne da sposare anche in virtù della loro capacità di lavorare e saper fare la pasta.

Se l’arte della pasta si è conservata fino ai nostri giorni, costituendo ancora la base del pasto quotidiano, perché privarsi di un alimento basilare della nostra mensa, scegliendo quella migliore e che garantisca un apporto davvero “nutrizionale”?? La scelta dei grani più opportuni, delle migliori semole, il rispetto dei processi di essiccamento è infatti basilare per poter ottenere un prodotto davvero all’altezza, evitando che tutti gli elementi essenziali al nostro organismo si disperdano al contrario nell’acqua di cottura.

Facile a dirsi, non impossibile a realizzarsi, visto che in rete ci sono siti di prodotti tipici calabresi che propongono nelle loro vetrine virtuali paste calabresi che ben possono assimilarsia quelle della tradizione regionale, quasi fossero state prodotte in casa secondo antica ricetta, e senza dubbio elevandosi rispetto alle produzioni massive della grande distribuzione.

Certo non si tratta delle paste di ogni giorno, ma ogni tanto val la pena concedersi piccole trasgressioni a tavola.

Le varietà proposte sono numerose, ognuna appetitosa ed interessante: che dire, ad esempio dei “Fileja“, per la quale in passato si utilizzava u firriettu, un ferro da calza o anche quello ricavato da un vecchio ombrello in disuso, intorno al quale si avvolge la pasta per farle assumere la caratteristica forma arrotolata, tramite la filatura, ovvero un filo omogeneo di circa 0,5 cm. di diametro, spezzato in pezzi di 20-30 cm. di lunghezza; a questo processo segue poi quello della trafilatura, che consente di dare ai Filei la particolare forma ricurva, tramite un bastoncino sottile di legno o ginestra essiccata. Tradizionalmente questo formato si condisce con sugo di pomodoro fresco, o con un corposo sugo di carne (capra e maiale), e con una buona spruzzata di pecorino o ricotta secca, naturalmente quelle calabresi.

Una preparazione analoga si ha anche per i “Maccarruni” e i “Fusilli“, piatti antichi per eccellenza; anche per questi, proprio come visto per i filei, si utilizza u firriettu. L’essenzialità di questo strumento di cucina, come per quello delle necessarie ed opportune basi di legno (Madia), è ribadito dalla importanza che questi assumevano nel corredo matrimoniale: una buona sposa, infatti, li doveva annoverare entrambi negli oggetti avuti in dote dalla sua famiglia d’origine, proprio come al giorno d’oggi varrebbe per un forno a microonde o altro indispensabile elettrodomestico.

I cavatelli dimostrano tutta la capacità e maestria della massaia nel saper fare la pasta: infatti occorre impastare gli ingredienti in modo da ottenere un impasto duro, altrimenti col riposo sulla spianatoia (coperto da una ciotola, per almeno mezz’ora) ammorbidisce troppo ed è più difficoltoso da lavorare. Dopodichè occorre prendere un pezzo di pasta, fare un rotolino di circa 1cm di diametro, con un coltellino staccare un piccolo pezzo che va premuto col pollice dell’altra mano contro la punta del coltello, poi si schiaccia la lama sul tavolo ruotando brevemente e trascinando il cavatello.

Siamo in Calabria, ed è normale che “sua maestà il peperoncino” da il suo contributo nel condimento della pasta da portare in tavola, giusto per fornire un’ulteriore tocco di schiettezza alle varie portate. In particolare, formati quali i “fusilli” o i “filei” sono proposti dalle varie aziende in rete nella variante piccante, laddove la preparazione a monte del prodotto avviene con un’altra sciccheria della regione: la bomba calabrese, gigante per antonomasia dei sottoli di queste terre, a base di verdure (melanzane, carciofi, aglio, alloro e naturalmente peperoncino), funghi ed olio.

Come dire, prendere due piccioni con una fava!!

PostHeaderIcon Come tradizione e bontà insegnano, la Calabria produce – Le patate silane rosse.

Negli ultimi anni molte specialità tipicamente artigianali hanno lasciato spazio a produzioni industriali, per buona parte derivanti da processi tecnologici esasperati, che poco concedono ai sapori originali della materia prima, offrendo al contrario gusti quasi “appiattiti”, qualcuno senza nemmeno esagerare più di tanto li ha definiti “plastificati”. In un ottica decisamente diversa invece si muove la produzione artigianale: quella della difesa del gusto originale, dei sapori di un tempo, peraltro non molto lontano.
E’ ovvio che, in questo processo non massivo, i prodotti alimentari artigianali non sempre sono costanti (la qualità del latte per un formaggio varia da una stagione all’altra, il sapore delle carni per un salume dipende dall’alimentazione del capo di bestiame utilizzato), ma sicuramente sono sempre ricchi di caratteri distintivi oltre che decisamente più salubri e naturali. Normale che si tratta per lo più di prodotti di nicchia, per i quali occorre un lungo processo di educazione alimentare, sì da farne esaltare le loro intrinseche caratteristiche per convincere ad un eventuale acquisto il pubblico degli estimatori del gusto e del palato.
A buon titolo tra queste produzioni un po’ dimenticate si può annoverare la patata silana rossa, acquistabile su portali di prodotti tipici calabresi che la propongono sulle loro vetrine virtuali.
Ma cosa sono le patate rosse e cosa hanno di veramente particolare rispetto alle normali patate acquistabili ordinariamente nei mercati??
La storia è presto detta. Intorno agli anni 20 del secolo scorso (…ahinoi, ma è ormai il caso di dire “il secolo scorso”) questa patata dalla buccia rossa veniva coltivata stabilmente in Calabria ed in Sila in particolare, dove si trovava benissimo grazie alla tipologia dei terreni e spesso con discreto contenuto di sostanza organica. Le più buone nascevano (e nascono) vicino a boschi di castagno e di faggio.
Nell’altipiano silano (qualcuno autorevolmente ha scritto “un pezzo di Svizzera casualmente caduto di mano al Creatore quando ideò la nostra penisola” ) già la pataticoltura in genere è una base di reddito essenziale per le popolazioni, visto che il prodotto è rinomato e ricercato per le sue caratteristiche, il suo sapore e le sue connotazioni organolettiche: la particolarità delle patate silane deriva certamente dal fatto che nasce ad oltre 1000 metri di altezza, caratterizzandosi, dunque, come l’unico prodotto di alta montagna del centro Mediterraneo. Ha la caratteristica di possedere una percentuale di amido decisamente superiore alla media, rendendola così più saporita e nutriente di quella che ordinariamente si riesce a trovare in commercio.
Però la nostra patata rossa aveva (ed ha) un grosso difetto: una scarsa resa e quindi nel secondo dopoguerra venne pian piano soppiantata da altre varietà più produttive (e redditizie). All’inizio del nuovo millennio, qualche produttore più lungimirante nella visone dei mercati futuri, che andava sempre più verso le produzioni “scontate ed appiattite nel gusto e nel sapore”, ha ben pensato di ripiantarla di nuovo: e quale miglior terreno e miglior ambiente si poteva utilizzare se non quello silano, già di suo naturalmente “vocato” e predisposto alla pataticoltura in generale, e quelle da seme in particolare??
I risultati non si sono fatti attendere; anche se le quantità sono relativamente scarse, la qualità è altissima. Sono stati fatti addirittura dei panel di degustazione dove la nostra rossa ha stravinto a man bassa grazie alla consistenza della polpa ed all’alto contenuto di sostanza secca. In altre parole, la rossa è soda e compatta dopo la cottura, sia che si tratti di bollitura o stufatura, sia di frittura. Quindi è adattissima sia per fare gnocchi e tortelli che per una croccante patatina fritta.
Si presenta infatti burbanzosa e tondeggiante, con quella sua bella buccia rosseggiante che nasconde sempre e comunque una corposa e soda polpa bianco/giallo. Poi è bella tonda e difficilmente prende quelle forme bozzoidali e segaligne tipiche delle patate che compriamo al supermercato.
Ma è comunque a tavola che ci si inchina di fronte a questa patata. Sorprende in tutti gli usi, ma sembra dare il meglio di se stessa nella preparazione in casa degli gnocchi. Il problema di alcune patate, infatti, è quello di avere troppa acqua nella loro consistenza; di conseguenza quando si impastano non legano uniformemente con la farina, ma creano i cosiddetti “grumi”, sicchè la preparazione diviene un po’ più dura. Questa patata, invece, ha poca acqua sia per il fatto che viene coltivata ad un’altezza di 1000 m e più (patata di alta montagna), sia per la particolarità dello specifico tubero; quando la si impasta con la farina si lega perfettamente con essa senza formare grumi. Avrete così una consistenza di farina e patata in ugual misura, così da aver il vero gnocco di patate. Considerazioni analoghe possono farsi nelle preparazioni di gateau, purè, ed altri sfornati.
E che dire se poi la si sperimenta come patata fritta?? Ammesso sempre che riusciate a mangiarla prima dei vostri figli.

PostHeaderIcon Tradizioni del natale calabrese: i dolci tipici.

Vivere nei grandi centri significa tante volte non rinnovare degli usi e delle consuetudini di una volta, cose che più di ogni altra fanno rievocare l’aria delle feste natalizie, quella dei bei tempi ormai passati, quando il periodo di fine anno era il rinnovarsi di modi di vivere particolari, di una solidarietà tra le genti unica, e non festa di mero ed esclusivo consumismo, quando ci si ricorda delle persone più care giusto “perché si fa così”. E ciò perché il frenetico tran-tran quotidiano ci porta a non aver più tempo per le piccole cose che danno un gusto unico alla vita.

Nei piccoli centri calabresi ci sono invece usi che si rinnovano di anno in anno, in particolare quello di “mettere la frissura” il primo dicembre, un modo come un altro per dare il benvenuto al periodo dell’ avvento. Si provvede, cioè, alla produzione in casa di dolci tipici della tradizione locale, un sapore, un aria, un gusto unico che inebria i vicoli dei vari centri, e dove è consuetudine, oltretutto, offrire vicendevolmente parte della propria produzione ai vicini e parenti più prossimi, laddove i più piccini sono dediti a far da fattorini nello scambio di piatti e guantiere, ricevendone in cambio qualche piccola mancia.

Alcune di queste “prelibatezze” di pasticceria si possono acquistare su siti di commercio elettronico di prodotti tipici calabresi, che si rivolgono ad affidabili pasticceria per poter disporre di queste golosità ottenute secondo norma (confezionamento, etichette e quant’altro), dunque con un grado di sicurezza ed igiene all’altezza delle aspettative.

E tra le varie ghiottonerie dolciarie del periodo si ritrova, così la giurgiulena. Il sesamo, si sa, è alimento basilare nella cucina araba in genere, ed il nostro meridione è stato per lungo tempo influenzato da questo popolo, in Calabria in particolare ha lasciato l’uso del prodotto in questo dolce tipico natalizio: la giurgiulena. Si tratta di un torrone lavorato con miele, mandorle, zucchero, confettini colorati ed aromi di arancia in modo tradizionale, sì da mantenere per lungo tempo la sua fragranza e il suo sapore inconfondibile, tagliato a tozzetti romboidali.

La pasta confetto
rappresenta un’altra originale ghiottoneria decembrina. Di forma irregolare, c’è chi punta ad una forma quasi sferica, chi la preferisce di forma oblunga. La ricetta originale non prevede l’uso di lievito chimico, in quanto la pasta confetto deve crescere in padella con un movimento lento e costante, conferito all’olio di cottura in movimento. Terminata l’operazione di cottura le forme sferiche si addensano in una pentola mediante il miele.

I crustuli, turdilli o cannaricoli calabresi, sono dei tozzetti di pasta frolla, ove ingredienti essenziali per la relativa produzione sono farina, acqua, vermouth, olio di oliva, miele, sale. Una chicca di questo prodotto: nei decenni passati questo era sì uno dei tipici dolci natalizi, ma in epoca di ristrettezza e di magra come allora, allorquando le merendine e le brioss erano di là da venire, i crustuli si conservavano nei tradizionali “tarzaruli”, contenitori di creta o argilla dotati di apposito coperchio in legno, e si consumavano fino a primavera inoltrata.

La riganella è un dolce e/o pane tipico del rituale delle comunità Arbëreshë (albanesi), presenti in vari centri in Calabria (ma anche in Basilicata, Puglia e Sicilia) per sfuggire secoli addietro ai saccheggi dei turchi; ma anche delle comunità delle Presila Greca con qualche variante anche nel nome, ove viene detta “la riganata”. Nei rituali calabresi è sempre presente il significato di rigenerazione ciclica della vita, che si esprime attraverso le forme, legate nella maggior parte dei casi al cerchio ed alla spirale. E’ difficile darne uno spessore storico certo; ma è inevitabile qualche confronto con mosaici tardo-medioevali .

Sono tutte produzioni assolutamente naturali, senza l’uso di addensanti e conservanti, come tassativamente richiesto dalle ricette tradizionali.

Qualche “ peccatuccio di gola” che nel periodo natalizio val proprio la pena regalarsi: per la dieta……magari ne parliamo a gennaio!!

PostHeaderIcon Internet e lo shopping natalizio: spendiamo due parole in merito!!

Dite la verità: chi di noi non ha dato una sbirciatina qua e là, giusto per mera curiosità o perché comincia ad essere impellente la necessità di trovare qualche soluzione-dono in vista delle prossime festività natalizie??

Ed è consuetudine ormai diffusa ricorrere alla rete per questa esigenza, e ciò per vari motivi: senza dubbio perché le possibilità di scelta sono decisamente più ampie ed allettanti, rispetto al commercio di tipo ordinario, tradizionale o organizzato che sia, avendo la possibilità di optare anche per tipologie e referenze che non sempre sono alla nostra libera disponibilità. Oltretutto, perché la scelta può essere effettuata nei momenti a noi più consoni, perché no anche ad ora tarda, quando il resto della famiglia è a nanna. E le recenti ricerche sull’andamento del traffico web rilevano, per tale tendenza appunto, una impennata delle visite a siti e portali web di regalistica varia da novembre in poi. Tuttavia, l’agguato è sempre dietro l’angolo: aziende fantasma create all’uopo in rete; consegne mai effettuate; spedizioni affidate a corrieri sprovveduti, sicché ci si ritrova quanto necessario solo a festività ormai trascorse; ecc.. Ecco, dunque, che è il caso di fare qualche minima considerazione in merito anzitutto alle tipologie di regali da scegliere, per ricordarsi di persone care in occasione di questo evento; e, conseguenzialmente, a chi rivolgersi in rete.

- Il solito arcano di ogni anno: cosa sarebbe il caso di scegliere per distinguersi dagli altri, per far emergere il nostro pensiero?? Può tornare utile, a questo punto, chiedercelo noi stessi: cosa vorremmo ci fosse regalato questo Natale?? Attanagliati dalle ristrettezze della congiuntura (ahinoi!!) sfavorevole, ci priviamo quotidianamente di qualche “sciccheria”, di qualche “peccatuccio di gola”, ma almeno nel periodo delle festività vorremo trasgredire un attimino!! Ecco, ci siamo, vorremmo deliziarci di qualcosa di esclusivo, che rompa i canoni del tran tran quotidiano, dell’alimentazione rubata in pochi minuti, concedendoci magari delle originalità tipiche delle nostre regioni. Ed in questo, permetteteci di dirlo, l’enogastronomia ed i prodotti tipici calabresi hanno tanto da dire!! Ci siamo: un regalo natalizio di prodotti tipici calabresi, potrebbe essere una soluzione ideale per le nostre esigenze, ricorrendo alla rete. Ma a chi affidarsi?? E le consegne, saranno precise, vista la bagarre dei giorni a venire?? E poi, con quali referenze creare l’assortimento??

- Aziende in rete, in tal senso, hanno fatto la loro scelta, evidenziando in home page i feedback ricevuti dagli utenti, che hanno loro affidato preventivamente il proprio “sonante” (vedi pagamento in carta di credito o con bonifico anticipato) a scatola chiusa, ed ottenendo il giudizio complessivo sul loro “modus operandi” in termini, appunto, di customer service complessivo. Non dunque da aziende pagate allo scopo: è facile,infatti, se io pago qualcuno per dir bene di me, il risultato è presto ottenuto. Questi giudizi vengono espressi in via generale sull’efficienza dell’azienda sulla rete, in termini di qualità dei prodotti consegnati, del servizio di spedizione, di assistenza in senso globale, della sicurezza delle transazioni bancarie, ecc

- Ecco, un altro punto dolente: la spedizione e le consegne; ma come si fa?? Un po’ di buona volontà non guasta, ed è presto fatto: se ci si affida a corrieri affidabili, si ottiene la relativa track di spedizione, che viene opportunamente girata al cliente; si effettua il monitoraggio dell’invio lungo tutta la filiera, ed il relativo riscontro della consegna effettuata, fino a poter verificare (financo!!) la firma di chi ha ricevuto materialmente il pacco. Ed analogo iter si segue allorquando demandiamo all’azienda di e.commerce cui ci siamo rivolti, di effettuare la consegna per nostro conto direttamente ai destinatari della confezione-regalo.

- La scelta delle referenze: attenzione, campo minato!! Per far davvero bella figura è necessario che la scelta venga effettuata su vere chicche, introvabili nell’ordinario, e di spessore. In ciò le aziende dell’ecommerce più all’avanguardia cercano di essere abbastanza esaustive nelle relative schede prodotto, nelle quali possiamo verificare il tipo di olio (semi/oliva) utilizzato per quei stuzzicanti “sottoli”; se quelle tanto accattivanti marmellatine hanno un contenuta di frutta più che consistente e nessun uso di pectina o altro conservante; nel caso, suggeriscano anche degli utili ed opportuni consigli d’uso sulla referenza, visto che si parla tanto, ad esempio di “nduja” calabrese, ma poi non si va oltre quello che è il suo uso più scontato, spalmandola su pane o crostini!!

L’effetto sarà di sicuro impatto; se poi ciò comporta qualche rinuncia in più alle nostre spese dei successivi mesi, poco male: avremo però davvero colpito nel segno in un momento importante dell’anno!!

PostHeaderIcon Il vero piacere della vendemmia secondo antichissima tradizione: i vini della Calabria

Datare la coltura della vite in Calabria significherebbe andare molto indietro nei tempi, sicuramente ancor prima della venuta dei primi coloni greci del VIII secolo a. C. Del resto la coltivazione dei vigneti in queste terre era talmente intensa nell’età ellenistica che la Calabria fu detta “Enotria“, ossia terra del vino. Si capisce quindi come il vino che si produceva in Calabria, oltre ad avere una considerevole importanza per l’ economia dei tempi, era apprezzato e famoso per la sua qualità. Caratteristica di quel vino pare fosse la forza, il vigore ed il suo profumo intensissimo, capaci (si dice) di resuscitare anche i morti. Le tavole di Eraclea danno un preciso valore ai vigneti del tempo in Calabria: un appezzamento di terreno coltivato a vigna valeva sei volte quello coltivato a cereali. Al dio Bacco erano innalzati ovunque templi, tra i quali famosissimo quello di Cremissa, odierna Cirò. E si vuole appunto che il vino Cirò discenda in linea retta da quel vino di Crimisa che si somministrava agli atleti vittoriosi nelle gare, per cui (insieme ad un altro grande vino di Calabria, il Greco di Bianco) sarebbe il nettare più antico d’Italia.

In epoca romana i vini della Calabria non riuscirono a ripetere il successo avuto in epoca greca. I Romani infatti prediligevano i vini autoctoni quali il Frascati. Mentre il Medioevo ne conobbe il rilancio, esportati per terra e per mare in tutta Italia ed anche oltre. Successivamente però nuove difficoltà incontrò la regione nel valorizzare i propri vini e tutt’ora la viticultura calabrese raccoglie meno riconoscimenti di quanti meriterebbe.

Attualmente la maggior parte della produzione di vino è ad un livello decisamente artigianale, e difatti ogni contadino vinifica da sé con criteri del tutto primitivi ed empirici: ciò impedisce l’ottenimento di una medesima qualità di anno in anno, ed a ciò può attribuirsi in parte la mancata diffusione dei vini calabresi nel resto d’Italia. Si rileva così la necessità che molta produzione del vino calabrese debba uscire dallo stato artigianale sì da poter essere maggiormente apprezzata in Italia e all’Estero.

Il Cirò è uno dei pochi vini veramente industrializzati, il primo che ha chiesto ed ottenuto la denominazione d’origine controllata. Conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo e’ entrato a far parte di ogni cantina che si rispetti e sulle tavole di ogni buon ristorante.

Per il resto sono poche le aziende che hanno la denominazione DOC, anche se tale dato è in notevole incremento, iniziando una controtendenza rispetto al mercato vitivinicolo regionale degli ultimi 30 anni, caratterizzato da una profonda crisi ed impoverimento generale, visto che la viticultura è sempre stata una voce importante dell’economia locale.

In particolare altre tipologie di vini calabresi stanno ricevendo il supporto di siti di commercio elettronico che nel corso del loro percorso aziendale hanno ricevuto rilevanti feedback positivi dall’utenza servita, dunque svolgendo azione di educazione al consumo e promozione di particolari referenze e tipologie.

Anche per ciò, forse, da qualche anno assistiamo ad una rinnovata ripresa produttiva, ispirata a nuovi criteri di qualità, un rinnovato entusiasmo nella produzione con un più attento lavoro in vigna e l’applicazione di nuove tecniche in cantina.

Nella zona della Piana di Sibari, ad esempio, si cerca di continuare una tradizione vitivinicola di spessore, visto che è proprio in tale area che si rilevarono le prime testimonianze di una imponente ed organizzata esportazione del vino. Questo partiva dal porto di Sibari, passava attraverso veri e propri enodotti, per essere caricato agevolmente sulle navi.

Nella menzionata zona, in particolare, si distingue anzitutto il vino Pollino doc, che vede la sua produzione all’interno del Parco Nazionale omonimo, in particolare nei comuni di Castrovillari, Civita, San Basile, Saracena, Cassano allo Ionio e Frascineto.

La produzione di questo fantastico nettare deriva da vitigni quali Gaglioppo almeno per il 60%, Greco nero, Malvasia bianca, Montonico bianco e Guarnaccia bianca per almeno il 20%, con possibile aggiunta di uve a bacca bianca per un massimo del 20%.Il suo colore è rosso rubino tenue o cerasuolo; un profumo piuttosto intenso e persistente, fruttato, con sentori di prugne e ribes;il suo sapore è secco, caldo, abbastanza morbido, giustamente tannico, sapido, di corpo, equilibrato; i suoi 12/13 gradi ne fanno un vino ottimo per accompagnare costolette di agnello, capretto al forno, carni bianche arrosto, salsiccia, coniglio al forno, prosciutti e formaggi calabresi, servendolo a temperatura ambiente di 16-18°C.

Della medesima tipologia Pollino si menziona anche il Rosso Superiore, che richiede un invecchiamento obbligatorio di due anni: viene dai più considerato e’ classificato vino superiore da pasto

Il Valle del Crati Igt è rosso, rosato, bianco, novello e passito, ottenuto da uve sangiovese, merlot, cabernet sauvignon, magliocco, sauvignon blanc, riesling e greco bianco. La gradazione alcolica minima è 11,5% e 11% per, rispettivamente, rosso e novello e 10,5% per bianco e rosato, e 15% per passito. La relativa zona di produzione segue il percorso del fiume Crati, fino alla sua foce nel mare Ionio. In genere i metodi di produzione prevedono una accurata selezione delle uve, fatte macerare e fermentare in vasche di acciaio, ben accompagnando il prodotto carni grasse e selvaggine (per le tipologie rosso/rosato), ovvero antipasti, formaggi freschi e piatti a base pesce.(la tipologia bianco).

E nella Piana di Sibari trova culla anche un altro vinello interessante, l’Igt Calabria, la cui produzione si caratterizza in tutta la regione, ma che in zona acquisisce un sapore ed una connotazione unica. Le tipologie rosso/rosato in genere provengono da vitigno magliocco canno, calabrese (nero d’Avola), greco nero; con vinificazione prevista nella modalità fermentazione sulle bucce, suggerendo l’accostamento a pietanze tipiche della regione, con il suo colore rosso intenso, il profumo caratterizzato da sentori di frutta, il suo sapore pronunciato e pieno. Con i suoi 12/13° si consiglia venga servito ad una temperatura di 17/18 gradi. La tipologia bianco proviene da malvasia bianca, greco bianco; con vinificazione prevista nella modalità fermentazione del mosto in bianco a temperatura controllata; si accompagna bene ad antipasti e secondi delicati, col suo colore giallo dorato, il suo profumo delicato e fruttato, il suo sapore asciutto ed armonico. Con i suoi 12/13° si consiglia sia servito ad una temperatura di 10/12 gradi.

Che tali presupposti e tale voglia di affermazione siano di buon auspicio per far conoscere oltre regione vini di buona qualità, rispettati e quasi venerati in loco, visto che non pochi sono i paesi e le contrade presso le quali la produzione vinicola è accompagnata da sagre e manifestazioni enogastronomiche di particolare importanza che si tengono già dal mese di novembre, sotto il proverbio che “per S. Martino ogni mosto è vino”. C’è solo da augurarsi che le giovani generazioni apprezzino e imparino ad amare maggiormente la terra, che in passato valeva molto se lavorata a vigneto, avvalendosi delle più moderne ed evolute tecniche di produzione.

PostHeaderIcon La bontà dei vini del Chianti in Toscana

Nominare certi luoghi fa pensare istintivamente alle attività che in essi si svolgono o alle caratteristiche e ai prodotti per i quali sono conosciuti. Tanto per fare un esempio, così come nominare Cinecittà fa venire subito in mente le produzioni cinematografiche, gli attori ed i registi, oppure Las Vegas fa immaginare luci, colori, giochi e divertimento, nominare il Chianti fa immediatamente pensare ai vini, ai vigneti e ai pregiati nettari che si producono in questa generosa terra dall’antica tradizione vitivinicola.

Chiunque sia passato da questa incantevole zona, abbia alloggiato in un albergo del Chianti, oppure abbia comunque assaggiato o degustato un vino chiantigiano, può testimoniare come eccellente ne sia la qualità e intenso e appagante il sapore che ne deriva al palato esultante di tanta bontà. I vini prodotti in questa zona della Toscana sono davvero molti e tra i migliori vini del Chianti è d’obbligo citare le produzioni di:

  • Chianti Classico,

  • Superiore,

  • Colli Senesi,

  • Colli Fiorentini,

  • Colli Aretini,

  • Colline Pisane,

  • Rufina,

  • Montespertoli,

  • Montalbano

I vini sopraccitati se possono distinguersi per colore, odore e sapore, devono comunque rispondere a delle caratteristiche organolettiche e a dei parametri ben precisi, indispensabili per disciplinarne qualità e produzione. Alcuni di questi parametri sono l’età minima del vigneto dal quale sono ricavati, l’estratto secco minimo e il titolo alcolometrico minimo che di norma oscilla tra l’11,5 ed il 12 % fino ad arrivare alla titolazione del 12,5 % per alcune produzioni riserva che vengono ottenute con l’invecchiamento del vino per alcuni anni. Per quanto riguarda il vitigno utilizzato per la produzione dei vini del Chianti, a farla da padrone è il vitigno Sangiovese che è di gran lunga il vitigno più comune in Toscana al quale vengono associati altri vitigni come il Canaiolo, il Trebbiano e la Malvasia. Per alcuni vini le uve dei vitigni Sangiovese arrivano ad essere utilizzate anche per il 75, 80 % mentre le uve di altri vitigni vengono utilizzate in misura minore per conferire alcune caratteristiche precise come per esempio il Canaiolo che conferisce una caratteristica morbidezza.

Prendendoci una licenza letteraria potremmo sostenere che il vino Chianti è un vino che “ha del carisma”, talmente evidente, trasversale e universale è la sua fama e la ricerca che ne viene fatta da appassionati di tutto il mondo, ma anche da persone che amano fare turismo enogastronomico o adorano concedersi il gusto di un calice profumato della migliore natura italiana. Gli addetti alla ristorazione, le enoteche, gli hotel in Toscana, e qualunque altro esercizio preposto alla ricezione turistica, conoscono bene il valore di questa bevanda e ne fanno tesoro presentando delle carte dei vini dove il Chianti non solo non manca mai, ma ha anche un logico posto in prima fila.

Se sappiamo accontentarci di quello che abbiamo intorno come la natura con i suoi incantevoli paesaggi e i suoi squisiti prodotti, i piaceri della vita sono vari e molteplici e l’assaggio e la degustazione di un buon bicchiere di Chianti rientra di diritto tra questi.

PostHeaderIcon Perle gastronomiche dell’autunno calabrese: i fichi secchi.

Se si dovesse davvero dar retta ai modi di dire, il fico sarebbe una di quelle cose che non valgono proprio niente: “ ….non me ne importa un fico secco!! “. E invece, se vi è capitato di assaggiarne qualcuno, sapete benissimo che i fichi valgono, eccome se valgono!!
In Calabria, in particolare, il frutto viene raccolto e trattato con i guanti bianchi, sì da farne delle specialità esclusive, proposte in rete con il sistema del commercio elettronico da portali di prodotti tipici calabresi, giusto per garantire il vero prodotto indigeno di quelle terre; qui i fichi vengono, infatti, raccolti al giusto punto di maturazione, allorquando il caldo sole del mese di agosto ha compiuto per benino il proprio compito; in particolare, si scelgono quelli dalla buccia opaca e polpa morbida, dunque più tenera e dolce, e staccandoli dall’albero con il relativo peduncolo.
Passaggio successivo, ed altrettanto essenziale, è quello di farli essiccare naturalmente al caldo sole del periodo: il momento è semplice, ma richiede nel contempo il massimo dell’ attenzione, l’utilizzo di cannicci puliti sui quali riporli evitando il contatto tra frutti, con l’occhio del sìcono posto verso l’alto fino alla completa coagulazione del succo interno. In particolare, l’essiccamento esige il quotidiano rituale di rivoltare sistematicamente i fichi per un disseccamento omogeneo e graduale, eliminando quelli piccoli o macchiati, comprimendo quelli rigonfi per eliminare le sacche d’aria e proteggendo i fichi dalle impurità.
Un essiccamento ottimale richiede la perdita d’acqua di almeno il 30-35%.
Concluso l’iter dell’essicazione naturale, in Calabria il prodotto lo si conserva e gusta così, naturalmente, secondo antica tradizione che si tramanda da padre in figlio, per ricordare oggi sapori nati in luoghi incantati. La testimonianza della prelibatezza dei fichi secchi calabresi è nota dai tempi di Giovanni Pascoli, che quando insegnava a Messina non perdeva occasione di fare un salto in Calabria per assaggiare quelle prelibatezze; nondimeno, innamorato così tanto dal prodotto e preso dalle tentazioni della gola, nelle sue lettere si raccomandava con un collega della regione di spedirgliene molte, visto che ne andava così goloso da non poterne praticamente più far a meno.
Oppure riproponendo la ricetta magica dei fichi a crocette (i fichi “chini”), ove la filosofia seguita è quella della naturalezza assoluta, che si porta avanti negli anni secondo antica tradizione contadina, fatta di un mondo dalle regole semplici ma dal gusto genuino, povera di ingredienti per necessità ma nel contempo ricca di sapori. Quattro fichi uniti tra di loro a forma di croce, in mezzo due noci intinte nel miele di fico, il tutto poi cotto al forno.

E la voglia di sperimentare soluzioni sempre nuove, utilizzando al meglio questo fantastico frutto, ha portato a proporre poi versioni diverse di prodotto: come i fichi al cioccolato, offerte nelle diverse versioni bianco / nero, utilizzando solo ed esclusivamente puro cioccolato (..non quello da copertura, per intenderci!!), come questa delizia del palato giustamente merita.

In ogni caso, qualunque sia la tipologia di fichi secchi (naturali o più o meno elaborati) siamo certi che si tratta comunque di un prodotto salutare a 360°, per il contenuto di ferro, potassio e fibre, la tanta Vitamina A e Vitamina C, regalate in quantità ancora maggiori se i fichi sono secchi.

Dunque, una vera bomba di salute: altro che “un fico secco.”

PostHeaderIcon Liquore di liquirizia: prepariamo in casa “l’anima nera calabrese”, secondo ricetta della regione.

Il liquore di liquirizia calabrese, classico ed esclusivo liquore della gastronomia regionale, è ormai una chicca facilmente reperibile nella distribuzione commerciale, o presso boutique del gusto che propongono prodotti tipici calabresi.

Ma chi è un attimino più “aduso” alle preparazioni fatte in casa, può eventualmente sperimentare il fai da te, ricorrendo ad acquistare la polvere di liquirizia, “tassativamente quella calabrese”, presso i siti di e.commerce di prodotti tipici che nelle loro vetrine virtuali propongono anche questa referenza.

La liquirizia è una pianta erbacea che cresce in modo spontaneo nei terreni argillosi del meridione d’Italia. Riconosciutale dalla antichità numerose proprietà benefiche, dalle relative radici si ricava la sostanza che è stata sapientemente trasformata in rinomate caramelline, dalle forme più variegate ed, all’occorrenza, aromatizzate in vario modo.

Il puro succo di liquirizia calabrese in polvere è una delle migliori per gli usi gastronomici in generale, come afferma peraltro anche l’autorevole Enciclopedia Britannica argomentando sulla materia prima – la migliore qualità di liquirizia “is made in Calabria”; essa proviene dalle medesime aziende che producono le confetterie derivate da questa fantastica ed esclusiva radice, mosse da uno dei principi essenziali del nostro sud secondo il quale, anche dalla liquirizia, “non si butta via nulla”.

Preparare il liquore fatto in casa con la polvere di liquirizia, oltre che connotarlo con un sapore unico ed inequivocabile, ne fa un dopo-pasto digestivo esclusivo, da gustare all’occorrenza anche freddo: una originalità che indubbiamente stupirà i vostri ospiti a tavola.

Ed eccovi la relativa ricetta:

Liquore alla liquirizia artigianale.

Ingredienti:200 gr di liquirizia in polvere, 1,5 litri di acqua, 1,2 kg di zucchero raffinato, 1 litro di alcool a 95°.

Preparazione: scaldare l’acqua portandola quasi alla ebollizione, sciogliere prima lo zucchero e poi la polvere di liquirizia facendola cadere a pioggia poca per volta con un cucchiaino da caffè e girando in continuazione con un cucchiaio o un mestolo. Finita la polvere spengere il fuoco e far raffreddare lo sciroppo fino a temperatura ambiente sempre mescolando. A questo punto unire l’alcool girando con il mestolo per amalgamare bene sciroppo e alcool, finito ciò imbottigliare.

Fare lo sciroppo in una pentola che abbia una capienza di circa 5 litri e che sia fatta con materiale con poca aderenza, che non faccia attaccare il contenuto nella cottura, (l’alluminio va benissimo). Una volta imbottigliato il liquore di tanto in tanto scuotere le bottiglie, per far si che eventuali grumi di liquirizia in formazione specialmente sul fondo si sciolgano prima di solidificarsi troppo. E’ buono anche subito, ma dopo un mese o due,l’alcool e lo zucchero si saranno amalgamati a dovere.

Le quantità dei componenti detti sopra possono essere variate a seconda dei gusti personali.

Ovvio che la originale polvere di liquirizia può avere diversi usi eccezionali in cucina, per i quali ve ne suggeriamo altri, sciccosi ed unici.

Gelato alla liquirizia.

Ingredienti: polvere di liquirizia 100 g, latte 300 g, zucchero 150 g, panna 350g.

Preparazione: mettete in una casseruola il latte con lo zucchero e la liquerizia. Fate scaldare a fiamma bassa mescolando spesso ma senza mai far bollire fino allo scioglimento della liquerizia. Fate poi raffreddare e incorporate la panna montata. Versate nella gelatiera per circa una mezz’ora.

Spuma di liquirizia in salsa di anice.

Ingredienti per 4 persone: 150g di panna liquida di prima qualità, 250g di latte fresco, 20g di liquirizia in polvere, 4 uova, 2 fogli di colla di pesce, 3g di semi di anice, 50g di zucchero. 2 cucchiaio di maizena.

Preparazione: sbattere le uova con lo zucchero, aggiungere la liquirizia, il latte caldo e la panna , cuocere a bagnomaria incorporando la colla di pesce dopo averla ammorbidita nell⿿acqua fredda. Raffreddare ed aggiungere la panna montata, incorporandola.

Per la salsa: bollire 100g di latte con i semi di anice, far raffreddare ed aggiungere la maizena. Addensare sul fuoco, nappare i piatti con la salsa e con l’aiuto di uno scavino formare delle palline di spuma, cospargere di polvere di liquirizia e servire.